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04 maggio 2009

Salgo

le scale della stazione, diretto all'uscita. Ed è lì che ti incontro.
Te, bambino.
Dimentico della fretta, mi fermo a guardarti. Sei vestito di rosso. Hai solo gli occhi e i capelli più scuri. Sei con una donna. Ti rimprovera perchè volevi passare dove non si passa. Tua madre probabilmente non lo avrebbe fatto. Ti avrebbe aspettato. Sorriso. Almeno è così che immagino.
Quando ti penso bambino provo una specie di invidia. Perchè io non c'ero. E mi chiedo com'eri. Com'era la tua voce. E se provavi quello che io provavo. Se misuravi la mia stessa distanza dalle cose.
E ti sentivi solo come io mi sentivo.

Ciao, mi dice. La voce le si incastra in gola. Sto andando via.
Perchè fai così, le chiedo sorpreso. Piangi proprio non riesco a dirlo.
Non piango perchè sono triste! Piango perchè sono felice che sei venuto a trovarmi, mi risponde.
E allora devi ridere, se sei felice. Devi ridere, nonna!
Ed esco dalla sua stanza, senza voltarmi indietro.

glasses of electricity
[...what's the time, what's the place, gonna leave me out...]

22 aprile 2009

Ascoltando

quel giro di valzer, dal semaforo lo sguardo si alza verso le finestre di casa. Al quarto piano.
Di una, sono chiuse anche le imposte. Dell'altra, poco mi importa.
Eccolo, affiora il ricordo.
Del sabato e delle finestre spalancate. Del sole che sul pavimento disegna con un'ombra la sua storta cornice di luce. Dell'odore di carta bruciata con la mia lente di vetro. Del vento che lentamente gonfia le tende, come fossero vele, e le soffia fuori e trattengo il respiro.
Che cosa resta?

accarezzo V - a lens toy
[...and those who dance, begin to dance...]

13 giugno 2008

Con la testa

appoggiata fra le mani, fissa l'orizzonte lontano. Da secoli. Prendendosi gioco del mondo.
Soltanto stamattina mi sono accorto di quanto mi assomigli. Non solo nell'atteggiamento. Anche nella sostanza. Entrambi siamo immobili e densi. Lui di pietra. Io di carne. Lui di carne. Io di pietra.
Dipende dai punti di vista.
Si tratta, ora, di decidere se restare a guardare il panorama o se diventarne parte.

tracina - paris mon amour
[...yet that terror was not fright but a tremolous delight...]

13 luglio 2007

Una ricostruzione

mentale dei fatti. Per capire dov'è il punto di rottura. O dove sarà.
Ci sono io sul mio letto. Rido ad ogni parola che lei dice. Perchè non riesce a darmi una spiegazione del perchè a me un figlio così non piace.
Ci sono io sul mio letto. Non rido più adesso. Lei è appena uscita di casa. Almeno così ho creduto. Rientra nella stanza giusto in tempo. Prima che le lacrime inizino a scendere.
E le congela lì.
Dove ancora stanno nell'attesa di sciogliersi.

E continuo a sentirmi come se avessi dimenticato qualcosa.

つき
[...and I was blessed among all women, to have forgotten everything...]

21 giugno 2007

Infilo

la mano nella borsa per prendere le chiavi. E mi sorprendo nel sentirle gelide. Le stringo, godendo di quel gelo. E aspetto di attraversare fissando l'omino del semaforo.
Fa caldo.
Ora l'omino è verde. Ma non mi muovo.
Suo padre è morto perchè si è suicidato dopo aver scoperto la verità su di lui, penso. Forse anche ad alta voce. E' come se mi fossi appena raccontato una verità. Ma è solo uno di quelle menzogne che invento quando qualcuno attira la mia attenzione.
Non è vero quello che ci hanno detto, allora. Dell'infarto. O forse l'infarto è stato una forma di suicidio. Meglio fermarlo, il cuore, piuttosto che farlo battere per quel figlio.
Quel figlio che adesso guardo. Dall'altra parte della strada.
Non è solo. Con lui c'è un ragazzo che porta a passeggio il cane.
Quel figlio sorride in maniera discreta. Nobile. Sempre alla giusta distanza.
Non troppo vicino, nè troppo lontano dall'altro. Ogni sua parola sembra farsi da parte per non risultare troppo ingombrante. Come il suo corpo, con quella giusta distanza.
Che sia quella, l'educazione?
Sua sorella. Hanno lo stesso naso imperfetto. Nobile.
Lei è sempre stata timida ma mai accomodante. Il labbro inferiore leggermente sporgente. Un broncio involontario che le dà un'aria malinconica. I capelli rossi. Mossi e scuri.
La pelle bianchissima.
Quando il padre se n'è andato per un po' non li ho più visti in giro. Poi solo qualche saluto impacciato.
Sono passati anni da allora.
Nel frattempo abbiamo smesso l'abitudine di salutarci, incontrandoci.
E ora quel figlio è lì.
Sorride mentre gli addosso colpe che non ha. E che forse vorrei avere io.

02 gennaio 2006

Mi fa

notare come di volta in volta aumentino ai suoi occhi gli oggetti presenti nella mia stanza.
Viene a trovarmi raramente. L'ultima volta un anno fa, forse. Sembra sempre stupirsi. Guarda il mio scaffale e sfiora col dito ogni cosa. Quasi volesse carpirne i segreti. Poi ne afferra uno. La conservi ancora, dice.
Certo.

E' un tuo regalo. Vedo ancora i miei occhi di quel giorno. La mia mano che afferra quella scatolina di latta. Sul coperchio c'è un gatto. Riposa, gli occhi socchiusi, sullo schienale arabescato di una poltrona. Mi colpisce il senso di intimità che mi trasmette. Penso a quante mani hanno tenuto quella scatolina prima delle mie. Vedo altri occhi simili ai miei. Poi la mia mano la rimette al suo posto. Rinuncio.
Continuiamo a camminare. Pochi metri, mi volto e non ci sei. Ma ecco, il tuo sorriso da bimba colpevole mi si para davanti.
Mi prendi la mano e ci metti dentro la scatolina. E continuiamo a camminare. Come se niente fosse.
Come se.


[...in the sun I feel as one...]

10 novembre 2005

Mio malgrado

ieri un passato lontano s'è fatto presente.
Mi capita a volte. Di pensare ad una persona. Una qualsiasi.
Di solito è qualcuno che non vedo da tempo. Anni.
E nel giro di pochi giorni me la ritrovo davanti.

Azzurra. Stavolta tocca a lei.

L'ho riconosciuta dalle gambe. Scale della metropolitana. Davanti a me quattro persone. Lei è la quinta. Scendiamo.
Mi accorgo di lei solo alla fine. Quando giunti in fondo cammina verso la banchina.
Mi sorprendo a fissare le sue gambe. Muscolose ma femminili. Forti ed eleganti. Ho sempre pensato stonassero col resto del corpo. Non so perchè. Eppure lei è comunque bella.

Fisso le sue gambe. Azzurra, penso il suo nome. Alzo lo sguardo e faccio in tempo a vedere il suo profilo allontanarsi verso la banchina. Mi allontano da lei. Non voglio essere visto.
Troppi anni. Ricordi tristi.
Distanza. Del tempo e dal mondo. La mia ancora di salvezza.


[...I'm just a boy playing the suicide game...]

11 ottobre 2005

Comincio

a dimenticare il suono della sua voce.E non so se sia un bene o un male.
Quando ripenso a quello che è stato,a volte manca l'audio.

C'è qualcuno che parla al mio posto.
Che ride al mio posto.
Che ascolta al mio posto.
Che osserva al mio posto.
Respira. Cammina. Mangia. Dorme. Scrive.
Al mio posto.

E io manco ogni mio appuntamento.

[...ci sono cose che schiacciano...]

04 ottobre 2005

Mi dice

che mia cugina aspetta un figlio. Il suo primo.
Dovrei gioire dentro di me.Sorridere almeno. Io amo mia cugina.
E invece la sua voce fa eco nella mia testa e lentamente si disperde. E' come se avessi visto il fulmine e stessi aspettando il tuono. Conto i secondi. Ma il tuono non arriva.
Non so cosa dire e faccio le solite domande di rito. Non ascolto le risposte.
Sto aspettando il tuono.
Faccio due conti e nemmeno il fatto che possa nascere nello stesso periodo del mio compleanno mi fa sentire alcun suono.
Cosa sto diventando?
Possibile che non provi nulla?
Cerco allora di consolarmi immaginando di andarla a trovare fra qualche mese.
Il suo enorme pancione sotto la maglietta grigia.
La mia mano sul suo ventre.Poi il mio orecchio. Chiudo gli occhi. Trattengo il respiro.
Ascolto.
Nessun tuono.